lunedì 5 dicembre 2011

STORIA - approfondimenti degli alunni 2


LA SCRITTURA GEROGLIFICA



I geroglifici sono i segni pittorici che compongono il sistema di scrittura utilizzato dagli antichi Egizi, che combina elementi ideografici, sillabici e alfabetici.
Il termine geroglifico deriva dal latino hieroglyphicus, a sua volta derivato dal greco ερογλυφικός (hieroglyphikós) "(scritture) sacre incise" composta da  hierós, che significa "sacro", e glýphō, che significa "(io) incido”. I geroglifici egizi risalgono al 3200 a.C. Fino a pochi anni fa si riteneva che la scrittura degli egizi fosse apparsa in questo periodo, ma recenti scoperte hanno messo in luce testimonianze più antiche, facendone risalire l'uso ad almeno due secoli prima e connotandola come la forma di scrittura più remota in assoluto, antecedente a quella mesopotamica.

Andando avanti nel tempo i geroglifici si utilizzarono solo per usi religiosi, perché per le registrazioni amministrative si iniziò ad usare una forma corsiva detta ieratico. Solamente gli scribi avevano il privilegio di saper leggere e scrivere il geroglifico, perciò si iniziò a chiamare anche “scrittura divina”. La scrittura geroglifica era altamente estetica perciò iniziò ad essere usata soprattutto per i testi destinati alle tombe e ai templi dove, parole e immagini, entrambe impregnate della forza divina, erano parte integrante delle scene. I simboli di forza, prosperità e di vita erano considerati molto potenti, al pari dei nomi dei faraoni e degli dèi, più volte scritti allo scopo di salvaguardarli per l'eternità.

Come carta da scrivere veniva usato il papiro, che  è una pianta il cui nome scientifico è Cyperus papyrus, che cresce in luoghi in cui è presente acqua in abbondanza e la temperatura dell’aria è calda.  Il papiro è  composto da liste sottili sovrapposte e incrociate, che venivano ricavate dalla parte interna del fusto,  tagliata longitudinalmente.        
Le liste venivano poi bagnate, pressate e asciugate.  Quindi venivano raschiate con conchiglie levigate. Infine i fogli di papiro ultimati, di lunghezza variabile tra i 15 e i 35 cm, venivano arrotolati, probabilmente in strisce lunghe anche 8 -10 metri



Le iscrizioni egizie sono composte da due tipi fondamentali di segni: ideogrammi e fonogrammi. Il primo indica l’oggetto rappresentato o qualcosa di direttamente associabile; il secondo rappresenta i suoni, e sono usati per il lavoro fonetico.
La maggior parte delle parole era scritta con una combinazione di segni fonetici e ideografici.  Di solito le iscrizioni geroglifiche possono avere andamento sia orizzontale sia verticale e si leggono da destra a sinistra. Nelle frasi sono stati trovati nomi, verbi, preposizioni e altre parti del discorso disposte secondo rigide regole di ordine delle parole.   
Il sistema geroglifico si sviluppò all’incirca nel 3000 a.C. e si usò presso gli Egizi fino all’epoca romana; la forma e il numero di segni rimasero invariati fino al periodo greco-romano.
Nei testi religiosi si usava la scrittura ieratica, scrittura corsiva, stendendo l’inchiostro con pennelli sul papiro. Nell’uso quotidiano si adoperava la scrittura demotica, la cui stesura richiedeva accuratezza, impegnando il doppio del tempo; era usata per le iscrizioni incise sui monumenti.
  
I COLORI DEI GEROGLIFICI
Nel dipingere i geroglifici sulle pareti si usavano diversi colori. Le piante erano verdi, il sole sempre rosso, i simboli dell’acqua verdi o azzurri, gli oggetti di legno e metallo gialli e così via.
Ecco i materiali da cui si ottenevano le polveri impiegate per la pittura. Bianco: calcare o gesso. Nero: carbone di legna. Giallo: ocra gialla (ossido di ferro idratato). Rosso: ocra rossa (ossido di ferro). Blu: azzurrite (carbonato di rame) proveniente dal Sinai. Verde: malachite (altro minerale di rame) proveniente dal Sinai.
I leganti erano albume d’uovo e colla di pesce. I pennelli erano piccoli fasci di fibre vegetali ripiegate, ritorte e strettamente legate.

LA TAVOLOZZA DI NARMER
Il primo esempio di geroglifici veri e propri è la tavolozza che celebra l'unificazione tra l'Alto e il Basso Egitto avvenuta intorno al 3100 a.C. ad opera del re Narmer, identificato con Menes
(I Dinastia). Si tratta di una tavola di scisto di cm 64 x 42 con un avvallamento al centro per mescolare il bistro con cui gli Egiziani usavano contornare pesantemente gli occhi. È scolpita su ambedue le facce e proviene, insieme a molti altri oggetti con il nome di Narmer, da un tempio in mattoni crudi portato alla luce nel 1897 a Hieracompolis, capitale predi nastica dell'alto Egitto.

LA STELE DI ROSETTA
Nell’estate del 1799 uno sconosciuto soldato francese scoprì presso Rosetta (Forte Rashid) una pietra in basalto nero di m. 1,14 x 0,72, fittamente coperta di iscrizioni: nella parte superiore 14 righe in geroglifico (una parte del testo manca), nella parte centrale 32 righe in demotico e nella parte più bassa 54 righe in greco. Bouchard, ufficiale del genio del corpo di spedizione del generale Bonaparte, ne intuì subito l’importanza. La spedizione di Napoleone Bonaparte si concluse con una disfatta militare, gli inglesi si impadronirono dell'Egitto e anche della pietra di Rosetta, che fu trasportata a Londra, al British Museum, dove ancora oggi si trova. Ma erano stati eseguiti copie e gessi, che pervennero a Parigi, dove gli studiosi si affrettarono a compiere esami e confronti.
Attraverso il testo greco si stabilì che si trattava di un ringraziamento dei sacerdoti di Menfi a Tolomeo V Epifane nell'anno 196 a.C., per ringraziarlo dei doni fatti ai templi. Nel testo greco era nominata anche sua moglie Cleopatra e in quello egiziano c’erano due diversi cartigli. In quel periodo fu trovato a File un obelisco con un’iscrizione in geroglifici e greco contenente il nome Tolomeo: confrontandolo con la stele di Rosetta si capì quale era Tolomeo e per esclusione quale Cleopatra.


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