lunedì 2 gennaio 2012

GEOGRAFIA: La popolazione e le sue dinamiche 1


QUANTI SIAMO SULLA TERRA? 
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Gli abitanti della Terra sono oggi circa 7 miliardi (erano 1 miliardo nel 1800 e solo 2 miliardi nel 1930).  La loro distribuzione sul pianeta non è però uniforme: popolano per il 90% l’emisfero boreale, mentre solo il 10% è stanziato nell’emisfero australe, occupato in gran parte dagli oceani.
Nell’America e nell’Eurasia a nord del 60° parallelo la popolazione risulta assai scarsa in quanto i climi freddi, inadatti alla coltivazione delle piante alimentari, sono decisamente ostili al popolamento.
Le grandi masse di popolazione si concentrano nella zona temperata e in quella subtropicale. La fascia delle medie latitudini boreali (tra il 40° e il 60° parallelo), caratterizzata da climi temperati, accoglie oltre un miliardo e mezzo di abitanti. Qui abbiamo i grandi blocchi di popolamento dell’Europa occidentale e del nord-est degli USA.
Più di 3 miliardi di abitanti popolano la fascia sub-tropicale (tra il 20° e il 40° parallelo  nord) dove si trovano i massimi blocchi di popolamento mondiale, quello cinese e quello indiano. Nel complesso tra il 20° e il 60° parallelo di latitudine nord si concentrano i 4/5 dell’umanità.


A voler scendere nel dettaglio vediamo però che alle stesse latitudini coesistono situazioni molto differenti tra loro: nella fascia sub-tropicale troviamo le masse imponenti della popolazione cinese e il vuoto del deserto sahariano; nella fascia temperata coesistono le popolose regioni europee e e quelle spopolate dell’Asia centrale.
Quindi, accanto al fattore latitudine, il popolamento va messo in relazione anche con altri elementi  di ordine naturale come:

-          Clima
-          Vegetazione
-          Presenza di acqua
-          Fertilità del suolo

Ma vanno considerati anche fattori culturali come l’influenza della storia e dell’organizzazione socio-economica.

Una misura significativa della varia intensità della presenza degli uomini sulla Terra  è la densità di popolazione, ovvero il rapporto tra numero degli abitanti e la superficie che essi occupano, generalmente espressa in abitanti per km²  


Ad esempio l’Italia con una popolazione di 61.016.804 abitanti (stimati al 30 giugno 2011) e una superficie di 301.340 km²  l'Italia ha una densità demografica di 202,48 abitanti/km²  (la densità media della Terra è di circa 46 ab/ km²).
Va ricordato che la densità di popolazione esprime un valore medio per unità di superficie e che quindi, tanto più è ampia la superficie considerata, tanto meno saranno precise le informazioni rispetto alla distribuzione della popolazione all’interno di quella porzione di territorio.
In campo geografico generalmente si usa la seguente classificazione:


Aree ad alta densità
Più di100 ab/km²
Aree densamente popolate
Da 50 a 100 ab/km²
Aree a media densità
Da 10 a 50 ab/km²
Aree a bassa densità
Da 1 a 50 ab/km²
Aree a bassissima densità
Meno di un ab/km²
Aree anecumeniche
Prive di abitanti


Le principali aree ad alta densità

      Zona cinese


Comprende le province orientali della Cina con le fertili valli dell’Hoang-Ho (Fiume Giallo) e dello Yangtze-Kiang (Fiume Azzurro). Si aggregano a questa zona l’isola di Taiwan e l’arcipelago del Giappone.
L’alta densità della zona cinese, di origine molto antica, si spiega con le favorevoli condizioni ambientali: abbondanza di piogge nel periodo estivo, pianure formate dal fertile löss ( un sedimento eolico, che viene cioè originato dal trasporto e dalla deposizione di particelle da parte del vento), grandi fiumi che favoriscono le colture irrigue. Vi si pratica un’agricoltura intensiva fondata essenzialmente sul riso, capace di dare più raccolti all’anno e quindi di sostenere un maggior numero di uomini in rapporto alla superficie coltivata.
In Giappone la montuosità del territorio restringe la superficie coltivabile, fattore compensato dalla straordinaria pescosità dei mari (i giapponesi sono in maggiori consumatori mondiali di pesce).
L’antico popolamento connesso all’agricoltura intensiva e alla pesca è stato soppiantato negli ultimi decenni da uno straordinario sviluppo industriale.

2      Zona indiana


L’alta densità si collega storicamente all’abbondanza delle piogge portate dal monsone estivo e alla fertilità delle pianure alluvionali percorse da fiumi imponenti (Indo, Gange, Brahmaputra…) sfruttati per l’irrigazione. Anche qui la base alimentare è fornita dal riso, seguito dal frumento e dal miglio. Anche in questa zona, negli ultimi decenni si sta assistendo ad un imponente processo di industrializzazione che sta trasformando profondamente la distribuzione e la composizione sociale della popolazione.

Per dare un’idea dello sviluppo impetuoso di queste aree geografiche, si può ricordare che nel 2001 è stato coniato il termine BRIC (acronimo di Brasile, Russia, India e Cina) per indicare i quattro paesi che domineranno l’economia mondiale nel prossimo mezzo secolo.  In senso opposto si usa l’acronimo dispregiativo PIGS o PIIGS (che in inglese significa maiali) per indicare il cattivo stato delle economie di alcuni Paesi dell’Unione Europea (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna).

3      Zona dell’Europa centro-occidentale


Affacciata sull’Atlantico e sul Mediterraneo, è una zona variamente articolata: comprende la Gran Bretagna, storicamente caratterizzata da un precoce sviluppo industriale nato sui bacini carboniferi e da un’intensa attività commerciale a livello mondiale. Il nord-est francese e il Belgio, regioni industriali favorite dalla ricchezza di ferro e carbone. La regione di Parigi. L’Olanda, dove ricche attività industriali e commerciali si affiancano ad un’agricoltura altamente specializzata. La Germania, maggiore potenza industriale europea. La pianura padana in cui convivono attività manifatturiere e un’agricoltura avanzata. La fascia dell’Italia adriatica e quella ligure-tirrenica con gli epicentri di Genova, Roma e Napoli.
Lo sviluppo demografico di questa area è dovuto in parte al secolare progresso delle produzioni agricole, favorito da un clima temperato, ma soprattutto all’intensificazione degli scambi commerciali e alla rivoluzione dell’economia industriale a partire dal XVIII sec. L’apertura delle grandi rotte commerciali (dal XV secolo) e lo sviluppo industriale (che dall’Inghilterra si diffuse, nel XIX secolo, in Belgio, Francia e Germania), ha determinato lo spostamento del baricentro demografico dall’area mediterranea (intensamente popolata soprattutto in età classica) verso zone più settentrionali.

      Il Nord-Est degli Stati Uniti


Comprende il territorio della megalopoli della costa atlantica che corre per 800 km da Washington a Boston, passando per Baltimora, Philadelphia e New York e si prolunga all’interno fino alla zona dei Grandi Laghi.
E’ la zona di più antico popolamento degli USA. L’accumulo di abitanti (in particolare dovuti a poderosi flussi immigratori) si connette all’apertura di porti per il commercio con l’Europa e al gigantesco sviluppo dell’industria moderna favorito da ingenti ricchezze minerarie (carbone, ferro, petrolio…).


LA DINAMICA DELLA POPOLAZIONE
La ricerca storica ritiene che la popolazione mondiale attorno all'anno 0 contasse circa 250 milioni di abitanti. Ci vollero circa 16 secoli affinchè, attorno al 1650 la popolazione raddoppiasse raggiungendo i 500 milioni di abitanti. Per un un nuovo raddoppio (1 miliardo di abitanti raggiunto attorno al 1850) occorsero solo due secoli , mentre i 2 miliardi vennero raggiunti meno di un secolo dopo, nel 1940. Con i 4 miliardi del 1975 la popolazione mondiale è raddoppiata in soli 35 anni, raggiungendo la massima velocità di crescita.
Questa straordinaria accelerazione del ritmo di incremento della popolazione è nota come RIVOLUZIONE DEMOGRAFICA. Essa fu dovuta, a partire dal XIX sec., a una netta riduzione delle cause di mortalità, in particolare alla riduzione di quegli eventi catastrofici (grandi carestie ed epidemie) che in passato, a intervalli più o meno regolari falcidiavano la popolazione (come la terribile epidemia di peste del 1347-51 che annientò 1/3 della popolazione europea).
La rivoluzione demografica è frutto soprattutto della riduzione della mortalità infantile avvenuta grazie ai progressi della medicina e al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie a partire dai Paesi europei più  avanzati (risale al 1796 l'invenzione del vaccino contro il vaiolo da parte del medico inglese Edward Jenner). Un altro fattore fondamentale fu l'aumento della produttività agricola, dovuto all'introduzione di tecniche di coltivazione più efficienti che in passato e dall'invenzione di mezzi di trasporto più rapidi ed efficienti (nel 1829 gli inglesi George e Robert Stephenson inventano la prima locomotiva a vapore).
Per tutto il XIX secolo l'incremento demografico nei Paesi europei e nord-americani, maggiormente progrediti sul piano economico, continua a salire mantenendosi superiore rispetto a quello dei Paesi del Sud del mondo. Col XX sec. la situazione si ribalta. 


Le parti si invertono e si avvia l'esplosione demografica dei Paesi del Sud del Mondo, i cui tassi di crescita superano per la prima volta quelli europei nel 1920, in seguito alle stragi provocate dalla Prima Guerra Mondiale e dalle successive epidemie (come la devastante influenza spagnola che tra il 1918 e il 1920 colpì nel mondo 1 miliardo di persone uccidendone 20 milioni).
Dal 1930 in poi il vantaggio demografico dei Paesi del Sud del mondo è andato progressivamente aumentando.




L'incremento annuo della popolazione mondiale si aggirava attorno allo 0,5% nel XIX sec., salì all'1% nella prima metà del XX, fino a raggiungere il picco del 2% negli anni '70 del Novecento, grazie al declino della mortalità nel Sud del Mondo.
Da allora per la prima volta la crescita ha cominciato a rallentare fino all'attuale 1,2% annuo. Si ritiene che questo sia, in buona parte effetto delle iniziative politiche messe in atto per  limitare le nascite nei due massimi blocchi di popolamento mondiale (India e Cina).


Il rallentamento della crescita della popolazione cinese è da attribuire interamente alla riduzione della natalità, ottenuta dapprima con insistite e decise campagne demografiche condotte dalle autorità statali per ottenere che l’età matrimoniale venisse posticipata di una quindicina d’anni (27 anni per gli uomini, 25 per le donne) rispetto alle tradizioni vigenti, e che ciascuna coppia avesse un figlio o due al massimo. Alle politiche denataliste, si è poi sommata la spontanea tendenza delle coppie inurbate e inserite nei settori economici moderni, dove spesso entrambi i coniugi trovano impiego, a non avere affatto figli, come si è verificato in tutti i paesi industrializzati. Allo stesso tempo sembra drasticamente ridotta la pratica, un tempo corrente soprattutto nelle campagne, della soppressione delle neonate, finalizzata a privilegiare una discendenza maschile; ma va detto che essa è stata largamente sostituita dall’aborto selettivo consentito dalla diagnosi precoce del sesso del nascituro: sta di fatto che ogni 100 femmine si contano circa 120 maschi, fenomeno che nel giro di poco tempo rischia di produrre ripercussioni negative. Al netto calo della natalità, peraltro, si è accompagnato un innalzamento della speranza di vita (stimata nel 2008 intorno ai 75 anni per le femmine e 71 per i maschi: il doppio di 50 anni prima). Anche in Cina, tuttavia, la tendenza alla senilizzazione (aumento dell'età media) si profila con immediatezza, al punto che alcune amministrazioni locali hanno modificato la politica demografica fin qui seguita, cominciando a promuovere la scelta sistematica di un secondo figlio, per consentire un ricambio generazionale più equilibrato. (www.treccani.it)


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