sabato 28 gennaio 2012


LA GRECIA NELL'VIII SECOLO
L’VIII secolo a.C. in Grecia è un periodo di trasformazioni molto significative. Innanzi tutto si verifica una importante ripresa dell’economia, basata in primo luogo su un aumento della produttività agricola.
Espansione delle terre coltivate e introduzione di nuove tecnologie (per esempio l’aratro di ferro) consentono di ottenere raccolti più abbondanti rispetto al passato, stimolando un aumento consistente della popolazione.
Si verifica in questo periodo anche una rinascita della produzione artigianale di pregio, molto ridotta durante il medioevo ellenico, e una ripresa dei viaggi e degli scambi commerciali a lunga distanza. In tal modo i greci vengono (o meglio, tornano) in contatto con le allora più evolute civiltà del Mediterraneo Orientale, tra le quali quella fenicia. Dai fenici i greci apprendono, oltre che le più avanzate tecniche di navigazione e di produzione artigianale, una conoscenza destinata ad avere straordinaria importanza: la scrittura alfabetica. Come sappiamo, con la scomparsa della civiltà micenea, nel mondo greco scompare per molti secoli anche la scrittura. I mercanti greci che entrano in contatto con i fenici ne copiano l’alfabeto adattandolo alla loro lingua e aggiungendovi dei segni per indicare le vocali. Si tratta di un’innovazione di straordinaria importanza: l’uso della scrittura non solo permetterà di fissare per sempre nella memoria i grandi poemi epici fino ad allora tramandati oralmente, ma sarà essenziale anche nella formulazione di quelle leggi scritte su cui si baseranno gli ordinamenti delle poleis,le città-stato greche.

iscrizione in greco risalente al 200 a.C. circa
Cerchiamo di indicare per punti alcune delle novità più importanti dell’VIII secolo, per poi meglio approfondirne il significato:
1)   Rinascita economica
2)   Ripresa dei viaggi a lunga distanza e dei contatti con popoli stranieri
3)   Apoikia. Parola greca derivata da apo (lontano) e oikos (casa) “dimora lontana da casa”. Si tratta di un fenomeno che dura dall’VIII al VI secolo, variamente descritto come “grande colonizzazione” o “grande emigrazione”.
4)   Formazione della polis
5)   Riforma militare

LA POLIS ARISTOCRATICA E LA RIFORMA OPLITICA
A proposito del punto 1 e 2 qualcosa si è già detto. Ripartiamo dal punto 4.
Il termine polis (al plurale poleis) viene solitamente tradotto in “città-stato”. Si tratta di una traduzione che può essere fuorviante, in quanto ci fa pensare alla struttura edilizia della città (abitazioni, edifici pubblici e religiosi, mura difensive, etc.). In realtà con il termine polis i greci intendevano non tanto il luogo fisico, ma l’insieme dei cittadini in grado di esercitare i diritti politici.
Per diritti politici si intende, per es., la facoltà di partecipare alle decisioni che riguardano la comunità nel suo insieme (tramite la partecipazione ad assemblee legislative e il voto). In età micenea questa facoltà spettava essenzialmente al re. Alla fine dei secoli bui, notiamo che l’autorità del re è stata sostituita da quella di un ristretto gruppo di persone che si definivano aristocratici (dal greco aristoi, “i migliori”).
Chi sono questi aristocratici? Si tratta di grandi proprietari terrieri (la terra era allora, e sarà per moltissimi secoli ancora, la base essenziale della ricchezza) sufficientemente benestanti per allevare cavalli e dotarsi di un armamento da cavaliere.
Perché questo aspetto è tanto importante? Perché si considerava cittadino con la facoltà di esercitare i diritti politici solo chi era in grado di difendere la propria comunità militando nell’esercito in caso di necessità. Siccome per entrare a far parte dell’esercito era necessario armarsi a proprie spese e siccome, fino all’VIII sec., il nerbo dell’esercito greco era costituito dalla cavalleria, solo una ristretta parte della popolazione, quella più benestante poteva dirsi dotata a tutti gli effetti di cittadinanza. Parliamo in questo periodo di polis aristocratica.

Tra l’VIII e il VII sec. in seguito alla ripresa economica descritta sopra, emergono nuove classi sociali, in particolare mercanti e artigiani, in grado di raggiungere una discreta ricchezza, pur senza possedere consistenti proprietà terriere. Questi nuovi ceti sono in grado di procurarsi un armamento costituito da elmo, corazza, scudo, spada, lancia e schinieri (protezione degli stinchi). Si tratta di un armamento certamente meno costoso di quello da cavaliere, ma che si rivelerà assai più efficace sui campi di battaglia. Viene infatti configurandosi in questo periodo un nuovo modo di combattere basato sulla falange oplitica.


La parola oplita, che indica il fante, deriva dal greco hoplon (scudo) che era l’elemento fondamentale del nuovo tipo di armamento. Lo scudo, in genere circolare e con un diametro di 60-90 cm) era fissato all’avambraccio con delle cinghie e proteggeva per metà il corpo di chi lo indossava, per un’altra metà quello del compagno che marciava al suo fianco. La falange infatti era una formazione da battaglia che prevedeva che i fanti marciassero compattamente affiancati disponendosi su più file. Si veniva così a costituire un muro di scudi dal quale sporgeva una selva di lance. Contro questo tipo di formazione la cavalleria poteva fare ben poco e diventa presto superata.

A questo punto gli opliti, provenienti dal ceto medio, divenuti così importanti nella difesa militare delle poleis di appartenenza, reclamano quei diritti politici dai quali erano stati fino ad allora esclusi. Si apre così una stagione di aspri e spesso sanguinosi conflitti tra gli aristocratici che non vogliono cedere i privilegi fino ad allora detenuti e le classi emergenti che non vogliono più esserne escluse.

L’APOIKIA
Il fenomeno della “grande colonizzazione” greca dei secoli VIII, VII e VI è in buona parte conseguenza del forte incremento demografico di cui si è detto sopra. Le terre coltivate cominciarono a non essere più sufficienti per sostenere una popolazione in continua crescita. A ciò bisogna aggiungere il problema della progressiva frammentazione delle proprietà terriere dovute alla consuetudine ereditaria di dividere le proprietà terriere in parti uguali tra figli maschi. Proprietà terriere più piccole non solo esponevano maggiormente le famiglie dei proprietari ai rischi di un cattivo raccolto, ma le mettevano in condizione di indebitarsi verso i proprietari più ricchi (gli aristocratici); chi non riusciva a pagare i debiti non solo rischiava di perdere la propria terra, ma persino la propria libertà personale. Esisteva infatti in Grecia la consuetudine della schiavitù per debiti.
Questa crisi di sovrappopolamento poteva essere risolta riducendo la popolazione. Anche per questo motivo molte poleis spinsero parte dei propri cittadini all’emigrazione e alla fondazione di una colonia, una “dimora lontana” (apoikia).
Nuove poleis vengono fondate un po’ ovunque nel Mediterraneo – almeno 150 tra l'VIII e il VI secolo.
la mappa degli insediamenti greci durante la "grande colonizzazione"

il Mediterraneo nel VI secolo: greci (in viola), fenici (in verde), persiani (arancione) ed etruschi (giallo)
L’impresa avveniva per una decisione ufficiale della polis che investe di autorità un capo spedizione: l’ecista.
Prima della partenza si consultava l’oracolo di Apollo a Delfi per individuare la destinazione più propizia. In realtà, accanto ai rituali religiosi, la scelta del luogo era determinata da criteri geografici e naturali: fertilità del suolo, possibilità di avere un buon attracco per le imbarcazioni, posizione facile da difendere.
L’ecista, oltre a essere la prima autorità della nuova fondazione, ha un ruolo sacro: porta e custodisce il fuoco prelevato dal focolare della città di origine, sottolineando in tal modo il legame tra le due comunità, con la quale rimanevano legami di lingua, religione e tradizione, ma c’era una assoluta indipendenza sul piano politico.
Il primo gruppo a partire era in genere formato da non più di un centinaio di persone, in genere tutti uomini, provenienti, per lo più, da un’unica polis.


veduta di Selinunte, colonia greca in Sicilia
Gli archeologi ipotizzano che le terre disponibili venissero suddivise tra i membri della spedizione in parti uguali, forse assegnate per sorteggio. In questo modo si affrontava il problema della mancanza di terra, tra i motivi principali dell’emigrazione. In questo senso, applicando un principio di uguaglianza, le città-figlie, risolvono prima delle città-madri il problema della sussistenza dei membri della comunità e della suddivisione delle risorse.
Lo sbarco avviene su terre già popolate da comunità locali non greche. I rapporti non sono sempre pacifici. Sono anzi di aperta ostilità quando l’espansione delle città greche minaccia la sopravvivenza dei precedenti occupanti.  Altre volte le due comunità possono trarre reciproci vantaggi dalla vicinanza (si hanno scambi commerciali, ma anche meticciato). Certo la diffusione dei greci nel Mediterraneo e Mar Nero ha contribuito ad un cospicuo scambio culturale che ha arricchito la civiltà di tutta l’area.

LE TIRANNIDI
Incremento demografico e trasformazioni economiche sono all’origine di profonde trasformazione nelle poleis.
La popolazione contadina era aumentata, il ceto artigiano e mercantile si era arricchito, le città più vivaci si erano riempite di stranieri (METECI) giunti per lavorare nelle officine artigiane o per impiantare un’attività mercantile.
Il ceto contadino era il più debole: aumentando di numero aveva continuamente bisogno di nuove terre. Quando i raccolti andavano male i contadini chiedevano prestiti agli aristocratici. Accadeva spesso che non fossero in grado di saldare il proprio debito, di conseguenza i creditori si impadronivano dei loro campi o persino delle loro persone (schiavitù per debiti).
I meteci, pur contribuendo alla ricchezza cittadina, non avevano nessun diritto politico
Da questa situazione nascevano tensioni che potevano sfociare in contrasti molto violenti. La colonizzazione, talvolta, costituiva una “valvola di sfogo”, ma spesso le rivalità tra gli aristoi, che detenevano il potere e non volevano cedere i propri privilegi,  le nuove classi sociali emergenti che reclamano i diritti politici e, ancora, i contadini impoveriti, sfociano in vere e proprie guerre civili.
Per affrontare questa situazione nel corso del VII sec., complice anche la “reinvenzione” della scrittura, diverse poleis affidarono a dei legislatori il compito di fissare le regole con cui funzionava la comunità: bisognava stabilire chi erano i cittadini e quali erano i loro diritti e doveri, e regolare l’accesso alle cariche pubbliche.
Tra i legislatori del VII sec. si ricordano le figure leggendarie di LICURGO, il mitico autore degli ordinamenti di Sparta e Dracone, l’autore delle costituzioni di Atene.
In realtà l’opera dei legislatori non fu sufficiente a placare i conflitti emersi in seno alle poleis. Per questo motivo nel VI sec. quasi tutte le città greche sperimentarono una particolare forma di governo che va sotto il nome di tirannide.
Oggi il termine tiranno ha una connotazione negativa. Allora aveva semplicemente il significato di “capo” o “signore”.
Quasi ovunque i tiranni giungevano a potere grazie all’appoggio della plebe urbana, composta da uomini liberi, che possedevano denaro e una professione i cui interessi volevano tutelare. In molte città questa plebe riuscì a portare al governo un suo rappresentante, che definì, per l'appunto, “tiranno”, capo.
In genere, giunto al potere il tiranno confiscava i beni agli aristocratici, talvolta eliminandoli fisicamente, e li distribuiva tra i suoi sostenitori, creando un gruppo di piccoli e medi proprietari che ne appoggiava il potere. Le ribellioni erano rare: il popolo preferiva il potere dei tiranni a quello degli aristoi, anche perché, un po’ ovunque essi  promossero iniziative di aiuto alle classi più povere, grandi lavori pubblici che erano occasione di distribuzione di posti di lavoro…
Insomma giunsero al potere approfittando del malcontento delle classi sociali medie e basse contro gli aristocratici e lo detennero, brevemente, andando incontro alle richieste di queste classi.
Tuttavia, quando le classi sociali che li avevano appoggiati si sentirono abbastanza forti, rifiutarono il potere assoluto del tiranno e la trasmissione ereditaria di questo potere e si liberarono di loro quasi ovunque (in Sicilia, ad esempio, questa forma di governo durò fino al V-IV sec.).
Tra i tiranni più noti del VII-VI sec. vanno ricordati Cipselo e il figlio Periandro  a Corinto; Pisistrato e suo figlio Ippia ad Atene.

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