martedì 17 aprile 2012

GEOGRAFIA: Le migrazioni


Per migrazione si intende lo spostamento, definitivo o temporaneo, di persone o gruppi di persone, da un territorio a un altro per ragioni varie determinate dalle necessità della vita.
Questo fenomeno è, generalmente, determinato da un incremento demografico di fronte al quale le risorse del territorio di origine non sono più sufficienti; diventa quindi necessario lo spostamento verso territori che sembrano offrire maggiori opportunità (ricorda il caso greco dei secoli VIII-VI a.C.).

Quando i movimenti avvengono dentro i confini di uno Stato si parla di migrazioni interne, quando invece comportano l'attraversamento delle frontiere nazionali si parla di migrazioni con l'estero.
Si parla di immigrazioni quando ci si riferisce a individui che arrivano dall'esterno, di emigrazioni quando si fa riferimento a chi lascia un luogo per andare altrove.

Dal punto di vista temporale si parla di migrazioni temporanee e migrazioni definitive.
Un caso particolare di migrazione temporanea è quella stagionale che interessa quei lavoratori che si recano fuori dal luogo di residenza per impiegarsi in attività che si svolgono solo in determinati periodi (per es. la raccolta agricola o le attività legate al turismo).


Le migrazioni pendolari riguardano quei lavoratori che trovano impiego in una località diversa da quella di residenza e vi si recano quotidianamente. Se questo spostamento comporta l'attraversamento di confini nazionali, parliamo di migrazioni frontaliere.


Quando si fa riferimento al numero di individui coinvolti negli spostamenti, possiamo distinguere:
- migrazioni individuali
- migrazioni familiari
- migrazioni per gruppi etnici
- esodi

In una prima fase, in genere, le migrazioni hanno carattere individuale e riguardano gli individui celibi, giovani, più intraprendenti e disposti a sopportare i disagi di una vita lontana dal paese di origine. Non sono comunque rari i casi di spostamenti di interi gruppi familiari.
I primi gruppi di migranti giunti a destinazione possono attivare una catena migratoria: ciò significa che i legami personali e familiari  possono avere un valore di richiamo per migranti con la stessa provenienza.
Si parla di esodi quando le migrazioni coinvolgono un'ampia fetta della popolazione e sono determinate da catastrofi naturali o da gravissime emergenze umanitarie (come persecuzioni politiche o religiose).


Dal punto di vista normativo si distinguono le migrazioni legali, quelle illegali e quelle clandestine.
Le prime si hanno quando gli spostamenti avvengono nel pieno rispetto delle norme previste sia dai paesi di partenza che da quelli di arrivo (possesso del regolare passaporto, del visto di ingresso, del permesso di soggiorno, permesso di lavoro, etc.).
Sono considerate illegali  quelle migrazioni in cui un soggetto entra in un paese straniero in forma legale , ma poi prosegue il suo soggiorno in maniera non conforme alle norme del luogo. E' il caso, per es., di persone che entrano in un paese con il permesso di soggiorno turistico e poi proseguono la loro permanenza anche quando il permesso è scaduto. O anche di chi entra con una motivazione ufficiale (per es. con un permesso di soggiorno di studio), ma poi svolgono attività diverse.
Sono invece clandestini coloro i quali entrano in uno Stato estero varcando la frontiera in modo informale e senza possedere i documenti necessari.

Alla svolta del ventesimo secolo, le migrazioni internazionali si sono globalizzate: il volume delle migrazioni è triplicato in trent’anni, arrivando a coinvolgere, all’inizio del ventunesimo secolo, quasi duecento milioni di persone. Quasi tutte le regioni del mondo ne sono toccate, con le partenze, con il transito o con l’arrivo di popolazioni sempre più mobili, dai profili sempre più diversificati: uomini, bambini, lavoratori qualificati, intellettuali, imprenditori, ma anche persone poco qualificate o disposte a accettare una forte dequalificazione per offrire le proprie braccia, persino i propri corpi.

Secondo le cifre diffuse dall'ONU, il numero dei migranti internazionali era di:
-75 milioni nel 1965
- 105 milioni nel 1985
- 191 milioni nel 2005


 la caduta del muro di Berlino, che ha permesso la mobilità di popolazioni rinchiuse dietro le loro frontiere da cinquanta o sessant’anni; la generalizzazione del possesso di passaporti nei paesi del Terzo mondo, che ha creato un diritto d’uscita generalizzato; l’informazione televisiva, ma anche internet, che, mostrando determinati modelli di vita e di consumo, hanno fatto emergere immaginari migratori; le crisi politiche all’origine dei movimenti di rifugiati e sfollati.
 Molti migranti sono mossi dall’assenza di speranza in un numero crescente di paesi sconvolti da crisi politiche, economiche, ambientali per cui non si riesce a intravedere alcuna soluzione. La moltiplicazione di situazioni di tensione e di conflitto armato, fino ad arrivare ai casi estremi di pulizia etnica (ex Jugoslavia, Ruanda...) hanno alimentato il fenomeno delle migrazioni forzate. Tra i migranti forzati vanno inseriti i rifugiati politici  (cioè coloro che  sono fuggiti o sono stati espulsi dal proprio paese a causa di discriminazioni  politiche, religiose o razziali e trovano ospitalità in un paese straniero). Nel 2005 erano 9 milioni.
Se si ha la sfortuna di nascere in un paese povero, non democratico, che offre poche opportunità, la gente è spinta ad andarsene non tanto dalla coniugazione di povertà e pressione demografica quanto dall’attrazione esercitata dalla società di consumo, dalla speranza di cambiare vita, di realizzare il proprio sogno.
QUALCHE CIFRA

Gli USA, con 30 milioni di residenti nati all'estero, rappresentano la principale destinazione dei flussi migratori.
SE invece si considera la percentuale degli stranieri sul totale della popolazione sono invece gli Stati di piccole dimensioni a registrare i tassi più alti: nel Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, per citare solo i casi limite, il 70% della popolazione residente è costituita da immigrati stranieri

Nella UE, secondo i dati pubblicati da Eurostat nel 2008, vivono 31 milioni di cittadini stranieri (1/3  proveniente da uno degli Stati membri, il resto composto non comunitari). Il 6,2% del totale della popolazione.
La Germania è il paese Ue con il maggior numero di cittadini stranieri: 7,3 milioni, pari al 8,8% della popolazione. Seguono Spagna (5,3 milioni), Regno Unito (4 milioni) e Francia (3,7 milioni). Al quinto posto l’Italia, con 3,4 milioni di cittadini stranieri, pari al 5,8% della popolazione totale.
In rapporto alla popolazione locale, la più alta concentrazione si registra invece in Lussemburgo, dove sono “stranieri” il 43% dei residenti. Seguono Lettonia (18%), Estonia (17%), Cipro (16%), Irlanda (13%) e Spagna (12%).

Ma se l’Italia si situa al quinto posto tra i paesi con il maggior numero di residenti stranieri, si colloca nella quarta posizione come paese di “emigrazione”.
Gli stranieri che vivono in un paese dell’Ue sono infatti soprattutto turchi (2,4 milioni), marocchini (1,7 milioni), rumeni (oltre 1,6 milioni), italiani (1,3 milioni) e polacchi (1,2). Gli italiani vivono principalmente in Germania (oltre 570.000), Svizzera (oltre 291.000), Francia (178.500) e Belgio (169.000).
Gli italiani sono la prima nazionalità straniera in Belgio (17,4% della popolazione straniera totale) e in Svizzera (18,2%).

demografia e migrazioni

La popolazione mondiale è di 7 miliardi e raggiungerà gli 8-9 miliardi entro il 2030. In Europa entrerà, per questa data, in una fase di invecchiamento o di grande invecchiamento, con generazioni future meno numerose – soprattutto in paesi come Germania, Spagna, Italia, che conoscono una diminuzione vertiginosa dei tassi di natalità. Altre regioni del mondo hanno una popolazione che, al contrario, continuerà a crescere, come l’India o il continente africano. L’India conterà 1,6 miliardi di abitanti nel 2050; la Cina conoscerà, con la politica del figlio unico nelle zone urbane, un assestamento attorno al miliardo di abitanti; l’Africa avrà superato l’India e la Cina alla fine del secolo, con più di due miliardi di abitanti. 
Numerose regioni di accoglienza (Europa, Giappone, Russia) compensano con l'immigrazione gli effetti dell’invecchiamento demografico e della mancanza di mano d’opera nei settori lavorativi che non  possono essere delocalizzati –  l’edilizia, i lavori pubblici, l’agricoltura, l’assistenza agli anziani, il turismo –, mentre le regioni di partenza hanno una popolazione giovane, sempre più urbanizzata e scolarizzata, massicciamente colpita dalla disoccupazione. 
migrazioni e RISORSE NATURALI
Le risorse naturali e la ricchezza che creano sono all’origine di numerose migrazioni. In passato, le miniere di carbone hanno provocato l’arrivo di minatori venuti, per la Francia, dal Belgio, poi dalla Polonia, dall’Italia, dall’Algeria e dal Marocco.  Oggi, diverse regioni del mondo attraggono migranti in virtù delle loro risorse petrolifere o minerarie. I paesi del Golfo Persico sono diventati, dalla metà degli anni Settanta e con l’aumento dei prezzi del petrolio, regioni di accoglienza, mancando di mano d’opera e avendo vicini ricchi di mano d’opera, ma poveri. La mano d’opera proviene soprattutto dalle regioni arabe e musulmane (Egitto, Algeria, Pakistan), ma anche dalla Malesia, dall’Eritrea, dall’Indonesia o dalle Filippine, non arabe e non musulmane. La Libia, ricca di petrolio, e l’Algeria, secondo produttore al mondo di gas naturale, attraggono, da parte loro, un’immigrazione proveniente dai paesi vicini del Maghreb e del Sahara. Le ricchezze minerarie del Sudafrica (oro, diamanti, carbone, uranio) fanno di questo paese un polo migratorio per i paesi vicini dell’Africa australe.  La Russia – primo produttore di gas naturale del mondo e dotata di un sottosuolo ricco, in Siberia, di carbone e idrocarburi –, attira, su territori pressoché vuoti e con una popolazione che invecchia, una massiccia immigrazione cinese.
 Il Brasile attira nell’agricoltura e nel lavoro forestale una mano d’opera venuta dal Paraguay. Anche l’acqua è causa di migrazioni e conflitti: la desertificazione del Sahel ha per conseguenza il fatto di attirare le popolazioni subsahariane verso l’Africa settentrionale, diventata una regione di transito per le migrazioni dirette in Europa.

DISASTRI AMBIENTALI E MIGRAZIONI

Il riscaldamento climatico e le catastrofi naturali (eruzioni vulcaniche, cicloni, inondazioni), la desertificazione, l’impoverimento dei suoli, i disgeli e l’innalzamento del livello dei mari potrebbero far raddoppiare il numero dei migranti. L’isola di Tuvalu, nel Pacifico, vede la sopravvivenza di questo piccolo Stato e della sua popolazione (9.000 abitanti) minacciata dall’innalzamento delle acque di tre metri al di sopra del livello del mare. Secondo un rapporto commissionato dal governo inglese sulle conseguenze economiche del cambiamento climatico (2006), il numero di persone indotte a spostarsi dal cambiamento climatico potrebbe elevarsi a 200 milioni entro il 2050, se non verrà fatto nulla per arginarne gli effetti. 

Nel Darfur (Sudan), la siccità ha provocato i primi massicci movimenti di popolazione. Queste catastrofi si sono affiancate a problemi di sovrapopolamento, di accesso all’acqua potabile, di povertà e di disorganizzazione politica. 
 Alcune delle regioni più vulnerabili ai cambiamenti climatici, come l’Africa settentrionale e il Vicino Oriente (siccità),  produrranno migrazioni sempre più consistenti verso l’Europa. 

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