lunedì 14 maggio 2012

LE MIGRAZIONI INTERNE. L'esempio dell'Italia del dopoguerra

A partire dalla metà degli anni Cinquanta l'Italia conobbe un improvviso e vertiginoso sviluppo economico che toccò il culmine negli anni 1958-1962, periodo passato alla storia con la definizione di "miracolo economico".
Nei dieci anni tra il censimento del 1951 e quello del 1961 la produzione industriale crebbe del 120% e il reddito nazionale del 78%.


Ma nella storia d'Italia il "miracolo economico" assai più che una crescita economica e un miglioramento del livello di vita. Rappresentò anche un'occasione senza precedenti per il rimescolamento della popolazione italiana. Centinaia di migliaia di italiani partirono dai luoghi di origine, lasciarono i paesi dove le loro famiglie avevano vissuto da generazioni, abbandonarono il mondo dell'Italia contadina e iniziarono nuove vite nelle città dell'Italia industrializzata.

La stazione Centrale di Milano negli anni del boom economico
E' difficile stabilire i numeri effettivi di questa enorme ondata migratoria. I cambiamenti di residenza certificati nei comuni non sono un dato su cui si possa fare affidamento. Infatti fino al 1961 vigeva in Italia una legge approvata nel 1939 dal regime fascista per scoraggiare le migrazioni interne e l'urbanizzazione.
Questa legge assurda diceva che per poter cambiare residenza era necessario provare di avere un'occupazione nel luogo della nuova dimora; ma, allo stesso tempo,  per poter ottenere un'occupazione era necessario possedere un nuovo certificato di residenza.
Ovviamente questa norma veniva ampiamente ignorata, tuttavia era causa di angoscia per migliaia di emigrati che, messi ingiustamente in una situazione di illegalità, si trovavano in una situazione di debolezza nei confronti dei datori di lavoro e dei padroni di casa.

Anche se non ci sono statistiche affidabili prima del 1961 è comunque indubbio che nel ventennio 1951-1971 la distribuzione geografica della popolazione italiana subì uno sconvolgimento. In quegli anni oltre 10 milioni di italiani furono coinvolti in migrazioni interregionali.

L'abbandono delle campagne
L'aspetto più evidente di queste migrazioni fu l'abbandono delle campagne: nelle regioni del Nord-ovest, tra il 1951 e il 1964, gli addetti all'agricoltura passarono dal 25% al 13%; nelle regioni del Nord-est dal 48% al 26%. La meta di queste migrazioni erano per lo più le città del triangolo industriale (Milano, Torino e Genova).
Simili a quelli del Nord-est sono i dati per le regioni del Centro.
La fuga dalle campagne fu un po' meno rapida nelle regioni meridionali ma, in generale, l'emigrazione dal Mezzogiorno d'Italia, fu di gran lunga la più drammatica.

L'esodo dal Mezzogiorno d'Italia
Chi sceglieva di emigrare dal Sud proveniva soprattutto dalle zone rurali più povere, dai paesi collinari e di montagna e sceglieva essenzialmente tra due alternative: il cuore industriale dell'Europa del nord (in particolare la Germania occidentale) o le grandi città industriali dell'Italia settentrionale.
Nel 1963 Germania e Svizzera raccoglievano l'86% dell'intere emigrazione italiana in Nord Europa.

I flussi più massicci erano però quelli diretti verso le città industriali dell'Italia settentrionale:
- nel 1958 in queste città si registrarono 69.000 nuovi residenti provenienti dal Mezzogiorno
- nel 1962, dopo l'abrogazione della legge di cui si è detto sopra, questo numero salì a 204.000 e rimase a livelli poco inferiori negli anni immediatamente seguenti.


Questo flusso enorme trasformò radicalmente le città italiane:
- La popolazione di Roma, gonfiata da immigrati provenienti da Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia e Sardegna aumentò tra il 1951 e il 1967 da 1.650.000 abitanti a 2.600.000.
- Milano, i cui immigrati provenivano per il 70% dalle campagne lombarde e venete e per il 30% dal Sud crebbe in quegli anni da 1.270.000 abitanti a 1.680.000. Crebbero impetuosamente anche le piccole città dell'hinterland come Monza, Rho e Cinisello Balsamo.
- Torino (sede della maggiore industria italiana, la FIAT) passò dai 700.000 abitanti del 1951 al 1.120.000 del 1967. I comuni dell'hinterland aumentarono la popolazione di oltre l'80%. Il flusso di immigrati dal Sud era così massiccio e continuo che, alla fine degli anni '60, Torino divenne la terza più grande città "meridionale" d'Italia dopo Napoli e Palermo.



Puglia, Sicilia e Campania furono le regioni meridionali che persero il maggior numero di abitanti.
Le cause che spinsero la popolazione rurale a abbandonare la terra sono varie e complesse (citiamo solo lo sviluppo della meccanizzazione che ridusse il numero di impiegati nel lavoro agricolo), ma erano soprattutto molto forti i fattori di attrazione esercitati dalle città industriali: chi lasciava la terra per la fabbrica aveva la quasi certezza di redditi più alti. La prospettiva di un salario regolare e di un regolare orario di lavoro era estremamente allettante per dei contadini che avevano sempre lavorato come bestie al tempo del raccolto, ma che avevano poco da fare e niente soldi in tasca durante il periodo invernale.
Per i giovani provenienti da queste realtà, la maggior parte dei primi emigranti, l'attrazione della città era irresistibile. Alla sera, nelle piazze dei paesi meridionali, non parlavano d'altro. La televisione del bar locale trasmetteva immagini del Nord, di un nuovo mondo consumistico fatto di Vespe, radio portatili, campioni sportivi, nuove mode, case piene di elettrodomestici, automobili...
I giovani, generalmente scapoli erano i primi a partire. Erano i più scontenti e i più determinati.



Una volta giunti al Nord su treni come il famoso treno del sole che da Palermo raggiungeva Torino, coloro che potevano si recavano da parenti, amici o conoscenti. Chi non poteva (e nei primi anni erano parecchi) trovava un letto in qualche piccola locanda vicino alla stazione, dove si dormiva in 4 o 5 per stanza, talvolta anche in 10 o 15. Chi non poteva permettersi una locanda cercava un riparo per la notte nelle sale d'aspetto delle stazioni o negli scompartimenti vuoti dei treni.

Palazzoni e baracche di immigrati nella Roma degli anni'60

1962: baracche di immigrati italiani a Ginevra, in Svizzera
Tra questi primi immigrati meridionali vi era una netta distinzione tra la minoranza che proveniva dalle città e la maggioranza che arrivava dai paesi di campagna. I primi avevano più contatti nelle località di arrivo, trovavano lavoro subito, riuscivano a parlare abbastanza bene l'italiano, a differenza dei secondi che parlavano solamente il dialetto. In generale i "cittadini" erano meno disorientati di fronte alle novità della vita nelle metropoli del Nord.

Negli anni del "miracolo economico" nella sola Lombardia il numero degli operai nell'industria aumentò di 200.000 unità, facendo di Milano uno dei più grossi centri industriali d'Europa. Ancora più impetuosa fu la crescita del settore terziario.
Gli emigranti meridionali, di solito, non entravano subito nelle fabbriche, ma cominciavano a lavorare nell'edilizia. L'orario di lavoro era molto lungo, le sostituzioni del personale frequenti e le misure di sicurezza minime. In un solo mese, nel luglio del 1961, a Torino ci furono 8 incidenti mortali nei cantieri edili.
Molti, di sera, alla fine della giornata lavorativa, svolgevano un secondo lavoro (ad esempio, a Milano, nella costruzione della metropolitana, avviata in quegli anni).

Il caporalato
Molti emigranti provenienti dal sud trovavano il primo impiego attraverso "cooperative". Organizzatori di queste erano, in genere, capetti di origine meridionale che lucravano rifornendo le fabbriche del Nord di manodopera a basso costo. Il lavoratore versava una tassa di iscrizione alla "cooperativa" e iniziava a lavorare senza alcun contratto ufficiale, senza contributi per la pensione, senza assicurazione. L'azienda retribuiva la "cooperativa" con un certo ammontare per ogni lavoratore, ma in tasca di quest'ultimo finiva meno della metà della somma.
Si trattava di uno dei tipici modi di dividere i lavoratori, dato che gli operai settentrionali vedevano indebolita la loro posizione di fronte ai datori di lavoro da parte di immigrati che svolgevano le stesse mansioni per un terzo del loro salario.
Solo nel 1960, grazie alla forte protesta dei sindacati e degli stessi lavoratori immigrati, le "cooperative" furono messe fuori legge.

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=6j_yDhz171s

Il problema della casa
Dopo aver risparmiato un po' di denaro l'immigrato chiamava la famiglia a raggiungerlo. Spesso lasciava a casa, in campagna, i propri genitori, soprattutto se anziani, ma inviava loro denaro e andava a trovarli d'estate.
Per la famiglia arrivata al Nord iniziava subito il dramma di trovare una casa dove sistemarsi. Le città settentrionali erano assolutamente impreparate per un afflusso così massiccio e le famiglie erano costrette a vivere, negli anni del "boom", in condizioni assai precarie.

A Torino i nuovi abitanti trovarono alloggio negli scantinati e nei solai del centro, negli edifici destinati ala demolizione, in cascine abbandonate della periferia.
Ovunque si verificarono episodi di razzismo e spesso gli appartamenti non venivano affittati ai meridionali.
Nei solai del centro vivevano anche 4 o 5 persone per stanza. Le stanze, spesso, non erano che un'unica camera  divisa da tende e vecchie coperte. Lavandini e gabinetti si trovavano nei corridoi ed erano in comune anche tra una decina di famiglie, 40-50 persone.

A Milano gli immigrati risolsero diversamente il problema-casa: con la costruzione delle cosiddette "coree" - gruppi di case costruite abusivamente di notte dagli stessi immigrati su terreni agricoli comperati con i loro risparmi. Il nome coree deriva dal fatto che queste costruzioni apparvero per la prima volta durante la guerra di Corea (1950-53).

"Milano, Corea", dal nome delle abitazioni di cui  si è detto, è anche il titolo di una bel libro-inchiesta sull'immigrazione a Milano negli anni del "miracolo economico"

"L'è sta il 18 gennaio '55, e son arrivà a Milano con vento e neve, e ho comincià a cercar lavoro con vento e neve. Al terzo giorno lavoro sotto la ditta ING. R. di  Milano; tutto a posto, tutto in regola, come che marcia il mondo.
Per dormire dormivo in cantina nelle case in costruzione. L'impresa mi dava il permesso e per mangiare mi facevo da mangiare con una macchinetta a spirito, così, da solo. Due anni ho fatto quella vita lì, e così ho cumulato un po' da comprarmi quel pezzo di terra. Ci ho messo un anno. Quando che ho avuto un po' di materiale, ho cominciato dalle 9, le 10, le 11, alla sera, perchè lavoravo al ciaro di luna, con la lanterna... Così è andata avanti questa casa qua. Appena mi è riuscito di coprire il tetto, ho fatto venire la famiglia. ui nella cucina il pavimento non c'era. Le porte, avevo delle tavole inchiodate."
Testimonianza di Vito, immigrato dal Veneto a Milano nei primi anni '50 (tratto da Milano, Corea di Franco Alasia e Danilo Montaldi)


La scuola
Attraverso le scuole una generazione di bambini meridionali imparò l'italiano e divenne settentrionale.
I maestri dovettero fronteggiare enormi problemi, mentre il numero insufficiente delle classi costringeva spesso ai doppi o ai tripli turni.
I bambini degli immigrati si iscrivevano a scuola durante tutto l'anno. All'inizio capivano poco di quello che veniva detto loro, in molti parlavano solo un dialetto strettissimo.

La condizione degli immigrati migliorò lentamente nel corso degli anni. Tra la metà e a fine degli anni '60 nelle periferie del Nord vennero costruiti grandi palazzoni in numero sufficiente ad ospitare la maggioranza delle famiglie immigrate.
Questi nuovi quartieri operai, spesso decisamente brutti, mancavano dei servizi essenziali: negozi, biblioteche, uffici postali, giardini... Ma rispetto a quello che gli immigrati avevano lasciato, sembrava il paradiso: i nuovi appartamenti avevano riscaldamento, bagni, finestre e pavimenti decorosi; presto gli inquilini furono in grado d comprare frigoriferi, televisori, lavatrici. Il terribile periodo di sradicamento  e transizione sembrava finalmente dare i suoi frutti: una nuova vita era cominciata.

VIDEO -  RAI STORIA: L'emigrazione italiana negli anni '70




1 commento:

  1. salve, non sono riportate le fonti, vorrei sapere quali sono.

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